Costituzionalismo, democrazia sociale e dignità dell'esistenza. Prima parte

di Alessandra Valastro

Prima puntata della pubblicazione del saggio "Costituzione, democrazia sociale, dignità dell'esistenza: le ricadute politiche del racconto dei vissuti" di Alessandra Valastro. La seconda puntata è qui. La versione integrale con note è scaricabile dalla sezione documenti da questo link.

Costituzionalismo ed esistenza: un confronto costante con l’esperienza, fra Storia e storie, memoria e futuri attesi

Vi è un nesso irrinunciabile e strutturale – vorrei anzi dire viscerale – fra costituzionalismo, esistenza e memoria. Due dimensioni, le prime due; un ponte, la terza.

Perché le Costituzioni sono intrise di memoria: quella degli avvenimenti, spesso traumatici, che hanno portato a ripattuire le regole e le condizioni della convivenza.

E anche le esistenze umane sono intrise di memoria: quella concreta delle persone e non quella astratta dell’individuo o del popolo.

Questo tratto che accomuna due ambiti apparentemente così diversi – la dimensione giuridica delle più “alte” norme di un ordinamento e la dimensione “terrestre” dell’esperienza del vivere – non deve stupire: tutto il costituzionalismo, in fondo, non è altro che l’espressione del tentativo, fatalmente compromissorio ma connaturato e irrinunciabile all’istinto umano della convivenza sociale, di darsi regole che affondino il più possibile nelle radici storiche e identitarie di una comunità e garantiscano un’esistenza libera e dignitosa ai suoi membri.

La memoria, quale parte essenziale della storia, costantemente le interroga entrambe: interroga le Costituzioni e le esistenze; e le interroga dentro a un presente che è quotidiana e impietosa cartina di tornasole della capacità di quelle regole fondamentali di mantenersi salde ai valori e ai bisogni delle vicende umane dalle quali promanano e alle quali si rivolgono.

Sul nesso che lega il tema della memoria a quello della Costituzione molto è stato scritto, soprattutto in occasione dei decennali della seconda, e con declinazioni che oscillano fra il revisionismo e la difesa, fra l’analisi critica dei livelli di effettività e il rilancio evolutivo dei principi. In tutti i casi sembra concordarsi su un punto, più o meno esplicitamente: la necessità di mantenere una memoria pubblica dei valori fondativi, ossia un idem sentire che permetta di continuare a «gestire nel presente» la «complessità dell’eredità ricevuta dal passato», come ha rilevato Paola Marsocci.

In realtà è ben noto come questa affermazione si declini poi in argomenti che non sempre vanno nella stessa direzione; e che, anzi, risultano talvolta strumentali a logiche opposte e antidemocratiche, di svuotamento sostanziale di quella memoria che pur proclamano o – peggio – di riscrittura di memorie “ufficiali” congeniali ai poteri dominanti. Tuttavia ciò che mi interessa qui è mantenere il punto nodale, ben espresso da Marsocci, della irrinunciabile necessità di una «verità collettiva, elaborata democraticamente con l’esercizio del potere costituente», che la comunità nazionale ha la responsabilità di mantenere e trasmettere, pur nel rispetto delle plurime verità soggettive e dunque sempre nell’ambito di un confronto e di una rielaborazione critica continui.

Questa memoria collettiva è la proiezione dinamica di un legame nazionale che dovrebbe consentire all’assetto delineato dai Costituenti di trasformarsi continuamente, in coerenza con i principi fondamentali. È ciò che permette a quell’assetto di dipanarsi in un «presente vivente»: non singoli frammenti di spazio storicamente situato in cui ci si limiti a registrare una realtà qualunque, bensì una mediazione continua fra esperienza e orizzonti di attesa di una collettività, misurata sulla perdurante inerenza del testo costituzionale e delle sue interpretazioni alla realtà sociale.

Anche per l’esistenza umana la memoria è tessuto connettivo e conoscitivo destinato a risignificarne incessantemente le vicende passate e i futuri attesi.

L’esperienza concreta che tesse la trama delle singole esistenze è un processo non soltanto individuale ma anche collettivo, poiché «nella memoria connette i vissuti e li dota di senso», come ha rilevato Paolo Jedlowski. E si tratta di «un senso che “si distribuisce” nei contesti», secondo la definizione di Luisa Muraro, generando un patrimonio che non è soltanto accumulo di passato bensì fonte di indicazioni e di saperi concretamente agibili nel presente per determinare ciò che si è, che si può essere e che si può fare.

Le verità individuali che derivano dall’esperienza sono espressione di un “sapere dell’effettività”, che riguarda «il significato delle cose della vita» (ancora Jedlowski): un «sapere affettivo», come lo ha definito Barcellona, complementare e speculare rispetto a quello razionale (e lato sensu politico) perché è il «sapere della vita che pensa se stessa», che rimette continuamente in campo «la vocazione umana a creare nuovi significati» attraverso le relazioni.

Ebbene anche queste verità necessitano di tempi e condizioni di vita che consentano di appropriarsene, per farne l’idem sentire di una vita da intendere come “intero”. L’accelerazione dei tempi di vita e di produzione connessi alla modernità e al sistema capitalista ha invece determinato una frammentazione del vivere che ostacola drammaticamente la sedimentazione della memoria: le memorie esperienziali vengono soppiantate da quelle ufficiali; si fa appello a valori che non sono stati generati nello scambio con i propri simili; si forniscono risposte che ignorano i vissuti. Questa cultura, che Sennet definisce del “nuovo capitalismo”, promuove «un io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate». E tuttavia si tratta di «uno strano tipo di essere umano». Un essere umano non vero visto che «la maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita», come ha sottolineato Gabrio Forti.

Non solo, ma le memorie e verità individuali necessitano di abitare un presente vivente in cui siano mantenuti saldi i nessi di inerenza con quegli stessi valori fondativi cui aspira una memoria collettiva che possa dirsi autenticamente tale. Emerge qui il valore anche politico delle memorie individuali e dell’esperienza che da esse scaturisce, in quanto quest’ultima presuppone a sua volta una dimensione comunitaria legata al bisogno di interlocutori con cui intessere i rispettivi scampoli di memoria. Jedlowski, ne Il racconto come dimora rileva come

«La “voglia di comunità” che molti riconoscono come un tratto caratteristico della condizione moderna, esattamente simmetrico alla sensazione che la comunità sia scomparsa, è anche voglia di ciò: di un rapporto di complicità, di relazioni dove quasi empaticamente gli altri siano intelligibili».

E ciò tanto più quando è la comune esposizione alla sofferenza e alla vulnerabilità che spinge a riconoscersi reciprocamente, al fine di ricostruire una

«civitas nella quale ciascuno abbia diritto alla propria voce, ove i racconti degli uni abbiano la stessa legittimità dei racconti degli altri…Giustizia e riparazione sono questioni che restano aperte: ma come sarebbero possibili se ciascuno abitasse in una propria autonoma storia?».

In questi piani il confine fra dimensione pubblica e contesti privati perde ogni rilievo, e l’articolarsi concreto dei vissuti diviene parte integrante dell’inveramento dei valori fondativi della Costituzione, in aggiunta e ben oltre ai compiti attribuiti al c.d. potere costituito.

Come osserva ancora Paola Marsocci, auspicando il riavvicinamento dei giuristi (e dei costituzionalisti in particolare) alla pubblica opinione, nessuna narrazione – e connessa spiegazione – dei contenuti della Carta costituzionale potrà aspirare a mantenere una memoria collettiva vivente, anziché ripetitiva e acritica, senza il recupero della capacità di dialogare con le vite. Nelle strategie di invenzione del quotidiano, disseminate nelle storie con la s minuscola, vi è infatti un serbatoio di risorse e di possibilità, una sorta di sapere non saputo che può divenire il tessuto di progettualità politiche altre, di risposte diverse e più sostenibili agli eterni dilemmi delle politiche di governo delle vite.

Ma affinché queste risorse possano esprimersi occorre un’operazione di realtà, oltre che di umiltà, in cui si accetti di sostituire il concetto di memoria pubblica con un più lungimirante concetto di memoria collettiva, nella quale le «memorie individuali acquistano valore in termini di uguaglianza e possono concorrere con pari dignità a costituire prima e tenere viva durante (ossia nel presente storico) la Res publica, ossia concorrere, nel confronto aperto e civile – civico –, a dare senso alla piena valorizzazione dei principi del costituzionalismo democratico».

Del resto furono gli stessi Costituenti, come emerge dalle preoccupazioni espresse durante la scrittura dei primi articoli (e in particolare dell’art. 3), a voler porre la Carta fondamentale come una sorta di«breviario giuridico del cittadino qualunque» prima ancora che come assetto regolatore dei poteri statuali. Anziché di una improbabile Happiness, la Carta, sottolinea Paolo Grossi, parla della dimensione fattuale dell’esistenza:

«la religione, il lavoro, la salute, la scuola, la cultura, l’ambiente, l’economia, situazioni tutte dove protagonista non è una entità astratta (magari in dialogo con una astratta entità divina), ma lo sono genitori e figli, maestri e studenti, proprietari e nullatenenti, imprenditori e lavoratori, sani e malati».

È dunque ancora su questo terreno della memoria collettiva quale incontro fra la memoria pubblica e le memorie individuali, su questo terreno divenuto tanto scivoloso negli ultimi anni eppure sempre irrinunciabile, che ancora oggi si giocano le chances di sopravvivenza della vita democratica. Si tratta di una memoria composita che interroga e nel contempo è interrogata dalle Costituzioni e dalle esistenze, in cerca di verità condivisibili e dicibili attorno alle quali mantenere viva la Res publica.

Ma non è tanto (o non soltanto) alla memoria intesa come ricordo del passato e degli errori da non ripetere che occorre dare libero accesso sul terreno di cui sto parlando, quanto piuttosto (o soprattutto) alla “memoria del possibile”, pena il rischio di isterilirsi nel gioco delle colpe, nella ripetizione di analisi critiche fini a se stesse. Alla memoria-spettro, necessaria ma non sufficiente per alimentare un presente che sia anche vivente, occorre affiancare la «memoria del futuro», ossia il «ricordo degli orizzonti di attesa del passato». I «futuri attesi», la molteplicità delle aspirazioni e dei progetti immaginati nel passato, sono una risorsa costantemente attingibile, poiché, attingendo ancora da Jedlowski:

«coprono di norma un ventaglio di possibilità più ampio e variegato di ciò che poi la vita riserva… Le eredità si possono selezionare, valutare, elaborare; in ogni caso ci interrogano. I futuri passati parlano del nostro essere situati in una certa epoca e del nostro essere collocati in certe linee di successione. Il confronto con loro è parte dei discorsi che intratteniamo» sul presente.

È nella dimensione della memoria del possibile che si confermano il valore e le potenzialità delle memorie individuali, e delle vicende ed esperienze che le generano.

La «verità collettiva» che unisce memoria pubblica e memorie individuali: la comune esposizione alla vulnerabilità e l’aspirazione a un’esistenza dignitosa

Quale memoria, dunque? O meglio: memoria di cosa? Quali le verità collettive che, in contesti socio-politici profondamente mutati e frammentati, possono aspirare a mantenere vivo il legame attorno ai valori fondativi di una Costituzione? Perché è di un legame non solo formale né brutalmente necessitato o subìto che ovviamente si parla, bensì di un legame che sia dettato da un diffuso riconoscersi.

A fronte della fisiologica molteplicità delle verità soggettive, vi è probabilmente una sola verità collettiva che possa autenticamente definirsi tale: quella della comune esposizione alla vulnerabilità e dell’aspirazione a un’esistenza dignitosa. È questa l’unica verità oggettiva che tanto la memoria pubblica quanto le memorie individuali non possono negare, sebbene molta parte delle politiche dominanti (quelle neoliberiste in particolare) si esercitino tenacemente in questa negazione.

Su questa verità si era fondato l’accordo unanime dei Padri costituenti attorno ai principi della anteriorità e dignità della persona, poiché è quest’ultima la protagonista indiscussa tanto del costituzionalismo quanto dell’esistenza: ne è testimone il verbo «riconoscere», largamente usato negli articoli del testo costituzionale, a rimarcare la postura di uno Stato che «non conferisce ma riconosce», ha sottolineato Dossetti, ossia «legge nelle trame della società e traduce in ordinamenti e disciplinamenti della vita sociale dei cittadini». E ne è testimone ancor più esplicito l’utilizzo del termine “esistenza” nel testo costituzionale: parola di certo non abituale nel lessico giuridico, essa compare soltanto – e non a caso – nell’art. 36, cuore dell’impostazione personalistica e sociale della Costituzione, che parla del diritto alla retribuzione del lavoratore in termini non soltanto di supporto materiale dell’esistenza ma anche di condizione della libertà e dignità di questa.

Da ciò deriva un concetto di persona che non si ferma all’individuo ma coglie quest’ultimo nel tumulto della socialità, ovvero di quella trama di relazioni nelle quali esso è immerso e che ne definiscono, sfaccettandola, l’identità. Tanto la trama del testo costituzionale quanto quella dei vissuti mettono in risalto, secondo il filosofo Sergio Cotta, la «intrinseca sintesi di unicità e relazionalità» della persona19; e ne rivelano l’essenza in quel canone di dignità che, di là dai riferimenti alla soggettività astratta dell’individuo, deve essere ricondotto a «sfaccettatura dell’esistenza», cioè alla «concretezza della persona, immersa nel fluire dei rapporti reali», come ha rilevato Stefano Rodotà.

Il salto evidente rispetto alla tradizione illuministica è stato quello di far emergere la dignità come «valore normativo», destinato a integrare l’uguaglianza formale e la libertà con l’uguaglianza sostanziale e la solidarietà.

Ne è derivata una «nuova antropologia giuridica» (ancora Rodotà), in cui la sfida lanciata dalla persona al soggetto di diritto è quella di superare il riduzionismo ottocentesco, che dietro al preteso universalismo della seconda categoria nascondeva un preciso modello di individuo: «maschio, maggiorenne, alfabetizzato, proprietario». La persona è ora – invece – un individuo situato, còlto nelle molteplici interdipendenze innescate dal proprio vissuto e nella comune condizione di esposizione alla vita, alla vulnerabilità.

Quest’ultima può essere considerata l’altro valore-presupposto della Costituzione, accanto alla dignità; si può anzi ben dire che tutta l’impalcatura costituzionale di tutela della persona trovi la propria ragion d’essere nella vulnerabilità di questa. Riprendendo e ampliando l’affermazione di Paolo Barile per cui «in Costituzione la tutela dell’eguaglianza figura perché in natura esistono le diversità», si può affermare che in Costituzione figura la tutela della persona perché in natura e nella società esiste la vulnerabilità: una prospettiva che va ben oltre le categorie tradizionali della diversità/debolezza e che investe trasversalmente le esistenze, esposte tanto alla fragilità strutturale del vivere quanto alle fragilità indotte dall’uso non democratico del potere.

In quanto incentrato sulla anteriorità e la dignità della persona, l’impianto costituzionale rimanda a una democrazia sostanziale che intende mantenere saldo lo sguardo sull’uomo situato e sulla storicità e fattualità del diritto, ossia sulle condizioni materiali che di fatto consentono (o impediscono) l’espressione delle libertà e il pieno sviluppo della persona.

Si annida qui la dimensione “politica” del principio di libertà personale, in quanto la sovranità popolare deve essere lo specchio di «un impianto di libertà individuali e sociali (…) nel loro collegamento necessario, nel tessuto continuo che esse intrecciano», secondo l’interpretazione di Giorgio Berti: da qui la connessa impostazione solidaristica e il rilievo attribuito ai principi di uguaglianza sostanziale, partecipazione, cooperazione.

Come è noto, nella formulazione degli artt. 2 e 3, comma 2, la Costituzione riconosce che il garantismo classico dei diritti non è sufficiente, e che i diritti di libertà necessitano di pre-condizioni materiali e dunque dell’impalcatura dei diritti sociali; ma riconosce anche che entrambe le categorie di diritti non possono a loro volta inquadrarsi al di fuori del principio di solidarietà, quale conseguenza che deriva sul piano sociale dallo sviluppo pluridimensionale della persona considerata nella ricchezza delle sua manifestazioni e delle sue interazioni. Non è un caso che il riverbero del principio di solidarietà si estenda ben al di là degli artt. 2 e 3, verso quegli articoli che dovevano costituire il volto della democrazia sociale e della partecipazione solidaristica in azione nei rapporti economici: l’art. 36, che connette la retribuzione del lavoro alla dignità dell’esistenza; l’art. 41, che esclude un’iniziativa economica privata in contrasto con l’utilità sociale e la dignità umana; l’art. 42, che riconosce la funzione sociale della proprietà privata; l’art. 45, che ugualmente riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità.

Si può insomma affermare che la dimensione costituzionale ha per protagonista quella stessa vita che occupa la dimensione dell’esistenza, ossia una vita che si fa esperienza concreta dentro una trama complessa di relazioni e di bisogni storicamente situati: una vita che nel costituzionalismo del dopoguerra «non è più “nuda”», perché inserita, come suggerisce ancora Rodotà, in

«un intreccio di rinvii che non solo vieta di astrarsi dalle condizioni materiali, ma stabilisce una relazione necessaria tra esistenza, libertà, dignità (che si vuole non solo individuale ma “sociale”: primo comma dell’art. 3 della Costituzione) e sviluppo della personalità (in una dimensione segnata dall’eguaglianza)».

È qui il cuore di quell’unica verità collettiva di cui dicevo, e in fondo il cuore del rapporto fra esistenza e diritto (in tutte le sue declinazioni): la verità della sofferenza e della vulnerabilità quale condizione che accomuna le vite. Quando tale condizione di fragilità è riconosciuta come strutturale dell’esistenza, il piano etico-esistenziale e quello politico-giuridico non possono più tenersi innaturalmente separati. Quando invece questo non accade, e quella separazione si produce, la democrazia diventa regime.

Ancora, è in questo nesso e nella sua permanenza che si misura la corrispondenza fra testo costituzionale e realtà sociale, e dunque la salute della democrazia.

Era questo, in fondo, il monito struggente lanciato dalle Costituzioni del secondo dopoguerra, quali forme di positivizzazione dei valori etici e di giustizia che gli esseri umani dovevano recuperare dopo Auschwitz: fare della comune esposizione alla vulnerabilità l’elemento fondativo (e normativo) della politica. L’impostazione non soltanto egualitaria ma anche «emancipante»30 delle Costituzioni del secondo dopoguerra derivava dall’essere, quei testi, traduzioni storicamente immediate delle emozioni collettive riguardanti ciò che ha valore ed è importante per una vita dignitosa: la guerra aveva reso drammaticamente palese quella vulnerabilità, che appartiene peraltro al quotidiano delle vite.

Ebbene, in quel caso il filo tra esperienza e diritto era stato riannodato dalla forza di una memoria recente e scottante circa gli avvenimenti che avevano spazzato via le chances di vita buona.

Oggi che quella memoria è lontana, e le capacità di reazione degli individui sono fiaccate da un potere che assai più subdolamente ha agito riplasmandone le soggettività e i desideri, le emozioni e l’esperienza hanno bisogno di ritrovare modi, tempi e luoghi per sedimentare ed esprimersi, per tornare ad influenzare la costruzione delle politiche e delle sue regole, quali espressioni a loro volta di un modo diverso di rappresentare l’esistenza e di prendersene cura.

Dall’esperienza il rilancio della democrazia sociale: fra «uso della Costituzione» e «uso dei vissuti», fra protesta e narrazione

Come sosteneva Capograssi, il diritto è innanzitutto esperienza, anche quando si dimentica di esserlo; ed è esperienza che ha a che fare con gli interrogativi posti dai fatti concreti dell’esistere. Il diritto non è

«niente altro che vita (…) non è norma, non è comando, non è codice di legge», bensì «una forma particolare della vita concreta, una esperienza che gli uomini costruiscono vivono soffrono, che fanno e disfanno con la loro obbedienza e con la loro disobbedienza».

Il felice concetto di “esperienza giuridica”, coniato da Capograssi e poi da altri sviluppato con riflessioni di grande interesse, è di certo poco amato dal positivismo giuridico tradizionale e anche da molta parte della riflessione giuridica attuale; e tuttavia esso mi pare straordinario, non soltanto in sé bensì anche per la vitalità che ancora oggi manifesta di fronte alle rinnovate e disperate pressioni dell’esistenza. Una vitalità scalpitante, vorrei dire, che chiede di essere liberata proprio attraverso il recupero della capacità di ascolto dell’esperienza da parte del diritto. Non era, in fondo, proprio questo il senso di quella espressione, cioè l’intento di sottolineare «la inabdicabile umanità del diritto, il suo continuo coinvolgimento con la vita»?

Secondo Orestano la nozione di “esperienza giuridica” continua a rappresentare

«l’unico modo che permetta – con l’impiego di astrazioni di minor raggio – di tendere a una conoscenza per quanto possibile integrale, che muova dalla realtà della vita e riconduca ad essa, vale a dire alla sua dimensione concreta (…). Solo la nozione di “esperienza giuridica” permette infatti, con il suo valore unificante, di scorgere nella congerie dei dati rapportabili al giuridico, i nessi, le correlazioni, i reciproci condizionamenti, i rapporti fattuali e gli eventuali rapporti logici, le implicazioni ideologiche palesi e occulte (che non mancano mai, nella vita come nella scientia). Ma pure è nozione che permette di rappresentarne le discontinuità, le sopraffazioni, le negazioni».

Le argomentazioni di Orestano sui fatti costitutivi dell’esperienza giuridica attingono, in modo ancor più diretto di quelle di Capograssi, al tumulto della vita e alle emozioni che la innervano. Nel ribadire che il mondo dei comportamenti umani e il mondo delle norme non sono «mondi distinti e in certa guisa rotanti in orbite diverse, ma all’opposto componenti di un unico e più vasto mondo», il mondo del giuridico, egli ricorda che questo mondo è tutt’uno con la storia in quanto costituito da fatti umani:

«serie indefinite di fatti, aperte al fluire incessante della vita, con quanto essa ha di razionale e di irrazionale, di continuo e di discontinuo, di razionabile e di contraddittorio, con tutte le sue idealità e i sui egoismi, con tutti i suoi slanci di amore e di dedizione che possono toccare il sublime e con le sue vampate di odi roventi che possono spingere a fanatismi di ogni più estrema crudeltà e spietatezza, con tutte le sue bellezze e le sue brutture, con tutte le sue speranze e le sue tensioni, con tutte le sue continue lotte, con tutte le sue ferite, con tutte le sue piaghe. Insomma, la vita».

Il rimando istintivo della mente alle bellezze e alle brutture di questo tornante storico, alle nuove forme di relazionamento solidaristico e collaborativo e ai rigurgiti di odio e di intolleranza, sembra inevitabile: i fenomeni disumanizzanti e atomizzanti legati ai nuovi razzismi e alle politiche più spintamente neoliberiste convivono con i fenomeni di reazione che prendono le mosse dalla verità collettiva della comune vulnerabilità e rilanciano di fatto (non solo rivendicano) i valori della democrazia sociale. Su entrambi questi terreni la Costituzione e l’esistenza si interrogano, anche per mezzo della memoria (o della non-memoria); e le risposte che emergono, seppure tutte parziali, sono gravide di indicazioni in ordine al destino oscillante e non lineare del rapporto fra testo costituzionale e realtà sociale.

Tuttavia è soltanto da una di quelle due dimensioni, quella dei fenomeni di reazione alle politiche dominanti, che emerge un’indicazione ulteriore e feconda circa il ruolo che le memorie e i vissuti individuali assumono per mantenere viva la Res publica: è su questo piano, infatti, che l’esperienza dei vissuti rivela un’eccedenza dinamica nel contempo espressiva e riappropriatrice dei valori della democrazia sociale. Le manifestazioni di questo fenomeno sono articolate, disomogenee, sfuggenti, spesso nascoste fra le pieghe di quotidianità sconosciute; e tuttavia caratterizzate da una comune tensione verso la realizzazione di quei valori.

Vi è un primo gruppo di casi in cui questa tensione è esplicita, e si manifesta attraverso la rivendicazione consapevole di quei valori. Sharing economy, banche del tempo, circuiti di credito reciproco, gruppi di acquisto solidali, agricoltura di comunità, orti urbani, cooperative per l’energia, riuso, baratto, cura condivisa dei beni comuni: sono soltanto alcuni dei molti fenomeni in atto, molteplici e sfaccettati, di reazione alle politiche (economiche, sociali, ambientali, ecc.) oggi più sorde ai bisogni dell’esistenza e della sua dignità; ma tutti convergono nel rivendicare una lettura diversa delle vicende collegate alle crisi e al modello capitalista, riappropriandosi in parte anche di quel lessico originario che richiama in gioco la persona, le sue emozioni, le sue capacità (democrazia partecipativa e deliberativa, cittadinanza amministrativa, sovranità alimentare e ambientale, economia civile, ecc.).

Il tratto più significativo di questi fenomeni è la ricongiunzione della vulnerabilità in genere, e più in particolare delle nuove fragilità rivelate dalle crisi contemporanee, alle proprie premesse esistenziali, connesse alle condizioni materiali del vivere. Ponendo violentemente in discussione alcuni dei miti salvifici su cui ha prosperato il capitalismo, si rimette al centro la necessità della relazione con l’altro, dello scambio gratuito, di tempi privati e collettivi, di progettualità comuni.

Ne emerge una prospettiva più esigente di quella proposta dal discorso pubblico corrente, che ridimensiona i dati contingenti delle crisi per contestualizzarli diacronicamente nei processi evolutivi di cui sono espressione; e in questa prospettiva le crisi stesse possono finalmente ricongiungersi alla propria più intima natura di situazioni di turbamento rivelatrici di fragilità e di connesse possibilità di reazione. Ciò riporta alla questione d’origine della vulnerabilità, ovvero al suo essere condizione strutturale dell’essere umano, che come tale non può essere eliminata ma piuttosto compresa e rispettata, e infine governata.

Vi sono anche fenomeni che si spingono nei terreni della resistenza e della disobbedienza, sia in forma individuale che collettiva: movimenti di protesta (ad es. No-Tav), aiuto all’eutanasia, disobbedienza da parte di sindaci a norme dello Stato, ecc.

In tutti questi casi vi è una dimensione di prossimità in cui la condivisione dell’esperienza della vulnerabilità diviene fondamento di nuove forme di visione e di progettualità politica. Come afferma Judith Butler, vi è un «agire di concerto» che, mentre rifiuta un sistema di vita, mette in atto concretamente i principi che rivendica. La verità collettiva della comune esposizione alla vulnerabilità e della difesa e ricerca di un’esistenza dignitosa diviene, nei fatti, il canale di “riappropriazione” della Costituzione e dei suoi valori democratici fondamentali, i quali vengono invocati come «prospettiva di riferimento e fonte di legittimazione per movimenti sociali» e comportamenti individuali e collettivi «che ne assumono come propri i valori e il progetto», come ha rilevato Alessandra Algostino.

In questa dimensione di prossimità prende vita un diffuso e crescente «uso alternativo» della Costituzione: una riappropriazione che pare paradossale se si considera che «coloro che siedono nelle istituzioni, chiamati a darvi attuazione, quando non la attaccano apertamente, ne propongono la modifica o si limitano a retoriche evocazioni, mentre gruppi di cittadini auto-organizzati la assumono come base e orizzonte della propria azione politica». In realtà il paradosso è solo apparente perché il progetto di democrazia sociale, proprio in quanto innervato nell’esistenza, trova in questa una parte essenziale del proprio alimento e inveramento, oltre che nei doveri formali di attuazione posti in capo alle istituzioni. I principi che caratterizzano quel progetto sono infatti elementi che rendono la Costituzione «compagna» delle forme di partecipazione e di azione politica che si realizzano al di fuori della rappresentanza; esse, riappropriandosi di quei principi, «agiscono da antidoto alla sterilizzazione del pluralismo e del dissenso che della democrazia costituiscono l’essenza». Ma il punto vero di attenzione, che va oltre la naturale funzionalità dei movimenti al mantenimento della democrazia, riguarda la circostanza – oggi sempre più diffusa – «che essi si fanno portavoce della Costituzione in opposizione a scelte politiche dei governanti», come ha notato Algostino, cioè alle politiche di tipo egemonico.

Questa assonanza non è affatto casuale: sia la dimensione costituzionale che quella dell’esistenza hanno a che fare con l’esperienza della vulnerabilità e il bisogno di un diritto incarnato, che parli dell’esistenza. Su questo aspetto torneremo più avanti.

Vi è poi un secondo gruppo di casi nei quali l’eccedenza dinamica dei vissuti rispetto ai valori fondanti della Res publica si esprime attraverso forme diverse di azione e di linguaggio, in cui la rivendicazione non è esplicita bensì tacita e indiretta. Si tratta di fenomeni riconducibili alla narrazione, in particolare biografica e autobiografica: di certo meno noti e meno esplorati, e tuttavia altrettanto significativi nelle loro ricadute politiche, quali espressioni di quella stessa tensione verso la realizzazione dei valori democratici.

Se è vero che la scrittura autobiografica è genere letterario antico che nasce con la tematizzazione del sé, e conosce filoni via via più articolati attraverso i secoli quale processo autoconoscitivo e – junghianamente – di individuazione, la tendenza più recente a riappropriarsi delle pratiche narrative come fonti di un sapere dell’effettività ne evidenzia la capacità di porsi come lenti di ingrandimento dei vissuti, dei microcosmi nei quali si svolgono e si sperimentano quotidianamente le vite oggetto delle politiche.

Dal ‘900 in poi la tradizione coscienzialistica e introspettiva della scrittura autobiografica ha progressivamente e sempre più spesso ceduto il passo alla dimensione situata e relazionale della persona, in funzione «di decostruzione critica dell’idea di ego, (…) di una sua mitigazione e riconsegna al sociale», suggerisce Duccio Demetrio. La persona si imbatte nei grandi temi del vivere; i particolari si allargano in visioni generali «e le questioni sociali divengono chiaramente questioni politiche».

Quando questo accade, la cittadinanza acquista più voce. O meglio, quelle voci a cui il costituzionalismo moderno ha affidato la sostanza della sovranità, e per l’espressione delle quali ha predisposto istituti e garanzie (partecipazione, democrazia diretta, libertà di espressione e di critica, libertà di riunione e di associazione, ecc.), attraverso la narrazione dei vissuti di fatto si esprimono e rivendicano presenza anche al di fuori delle categorie giuridiche. Viene alla mente quello spazio della giuridicità che Rodolfo Sacco ha definito del “diritto muto”.

Attraverso la narrazione, quale forma di conoscenza basata sulla memoria, quest’ultima rivendica il proprio ruolo di terreno di stabilità, anche nella ricerca di nuove forme di dialogo fra la propria esistenza e quella degli altri, fra la propria storia e quella con la S maiuscola. Questo ruolo appare peraltro inedito in questo particolare tornante storico; e l’inedito è costituito da una sorta di inversione della direzione di influenza fra le grandi narrazioni collettive dei popoli e le narrazioni individuali.

Le grandi storie collettive riposizionavano i singoli attraverso «una nuova combinazione degli interessi materiali e una nuova visione ideale che inaugura una nuova narrazione», ha suggerito Barcellona: si pensi al racconto della rivoluzione francese e della nuova forma economico-borghese; al racconto dell’unità; al racconto delle Costituzioni europee del secondo dopoguerra.

Ora che quelle narrazioni appaiono superate, e in assenza di un orizzonte ideale capace di generarne di nuove, le vicende umane tornano a premere ma in modo diverso, come accostamento di storie individuali ravvicinate che attingono al proprio vissuto esistenziale pezzi di una visione da ricomporre, per scrivere “dal di dentro” nuove narrazioni situate.

L’irruzione dei vissuti nella scena pubblica e le ricadute politiche che questo fenomeno è in grado di generare sono connessi alla valenza conoscitiva, connettiva ed etico-valoriale della narrazione. Il legame profondo tra racconto e domande etiche, e i giudizi di valore che questo legame genera, fanno sì che la comune esperienza condivisa possa divenire fonte lato sensu normativa, in quanto intrisa di indicazioni rispetto alle quotidiane sfide dell’agire umano e alla costante – seppur sempre provvisoria – ricerca di soluzioni umanamente soddisfacenti perché ragionevoli e sostenibili anche eticamente.

La dimensione aperta dalla narrazione non si limita dunque al piano statico del riconoscimento di sé e degli altri ma si dipana diacronicamente nella ricerca di significati da condividere e ripattuire costantemente rispetto a bisogni e scopi, individuali e collettivi. Nel racconto di “sé” e di “noi” il potenziale cognitivo-valoriale delle emozioni si fa conoscenza e comprensione ai fini della definizione di un ordine simbolico, attivando scelte di valore che hanno a che fare con il significato del proprio stare al mondo.

In questo senso la narrazione dei vissuti può acquisire un’intrinseca politicità, perché impone l’apertura di spazi di racconto. Bruna Peyrot rileva come

«La tragedia dell’essere ritorna alla condivisione. La curiosità per la vita degli altri allarga le frontiere della nostra che impara a includere la diversità. Il passaggio di memorie diventa un gesto politico di ricomposizione in uno spazio pubblico».

Quando le storie dialogano fra di loro possono diventare pezzi di una visione condivisa, di una progettualità politica, di una proposta altra di cura delle vite. È ciò che accade quando la «cura di sé» diventa «politica di noi stessi», per usare le parole di Foucault. È ciò che accade quando si torna a «desiderare ancora di essere “noi”», come afferma Demetrio: quando «le narrazioni mettono in risonanza» e consentono di «scommettere di nuovo in fiducia e responsabilità».

Il bisogno cui oggi si assiste di incrociare le memorie individuali manifesta appunto la crescente consapevolezza che ciascuna di esse è punto di intersezione di più flussi di memoria collettiva; e che quest’ultima, a sua volta, non è mera reviviscenza del passato bensì «ricostruzione del passato in funzione del presente» ma anche della riprogettazione del futuro.

In questa prospettiva, le narrazioni biografiche e autobiografiche diventano strumenti potenti di rivendicazione di una presenza destinata ad offrire contenuti sostanziali e più esigenti ai concetti di sovranità e cittadinanza. Esse rappresentano «modelli di micro-storia che oscillano fra il pubblico e il privato, ma che proprio per questo ci parlano dei soggetti e della loro collocazione “locale” di esistenza e di presenza storica»; divengono strumenti di riflessione critica e coscientizzazione che trovano la propria forza nel fatto di utilizzare un registro comunicativo diverso da quello del discorso politico e giuridico tradizionale. Perché «ciò che non riesce a fare il discorso politico spesso riesce la narrazione: l’obbligare a comprendere, anche psicologicamente, il vissuto dell’altro», come ha rilevato Orlando Roselli.

Le ricadute politiche del racconto dei vissuti: le narrazioni biografiche e autobiografiche come “parole-azione” che mettono a nudo il “sistema”

Il fatto è che il racconto autobiografico può essere talvolta più efficace del «politico» o della costruzione teorica perché «descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente». “Parole-azione”, si direbbe oggi; o “linguaggio dell’effettività”.

E far dialogare le biografie può divenire una necessità quando gli individui si trovano a dover rispondere con strumenti biografici a crisi sistemiche.

Questo è quanto è accaduto storicamente e quanto accade ancora oggi, perché vi è una funzione conoscitiva e insieme connettiva della narrazione alla quale le vite esposte alla vulnerabilità sembrano bisognose di attingere: ciò specialmente in tornanti storici ed esistenziali particolari.

Nei contesti in cui vengono in gioco forme più dolorose di sradicamento, la narrazione si offre come filo di sutura di frammenti esistenziali e identitari che aspirano a trovare un riparo, e a rintracciare dentro a questo risposte, identità, orizzonti. Jedlowsky parla della narrazione come dimora possibile, utilizzando la metafora di homeless di cui il Novecento ha avuto, e questo secolo purtroppo continua ad avere, significati fin troppo letterali. Si tratta dei significati di cui sono intrisi i vissuti di una moltitudine di figure che a titolo diverso conoscono forme di esilio, inteso come spaesamento generato da condizioni non solo fisiche e geografiche ma anche psichiche e spirituali: ieri la guerra, la persecuzione, l’emigrazione, la Resistenza, il Terrorismo, ecc.; oggi le migrazioni, l’emarginazione, la disoccupazione, i disastri ambientali, la malattia, l’esposizione a fattori inquinanti, ecc.. Si potrebbe continuare.

Gli stili e i temi mutano nel corso del tempo, ma l’amplissimo panorama degli scritti biografici e autobiografici sembra mantenere saldo un asse centrale: la narrazione fa riemergere la dimensione spaziotemporale della specificità dell’umano, delle forme di vita che si oppongono alla restrizione alienante del proprio campo di possibilità; e la condivisione dei vissuti resa possibile dal loro racconto esprime il bisogno di «testimoni duraturi» della propria esistenza. Perché è nel riconoscimento reciproco che trova fondamento l’identità; e perché è nel vuoto di testimoni che si generano l’insicurezza e lo spaesamento da cui traggono forza i sistemi di tipo egemonico e i mortali orizzonti di appartenenza che essi sanno costruire sulla paura.

Su questo sfondo comune, alcuni tratti distintivi possono peraltro individuarsi fra gli scritti della prima parte del ‘900 (fino agli anni ‘70) e quelli degli anni che arrivano sino ad oggi: tratti a loro volta significativi se riguardati nella prospettiva lato sensu politica del costituzionalismo più maturo.

Il tema della “memoria storica”, fra lotta politica e coscienza di classe

Negli scritti del primo periodo sono particolarmente vivi i temi della coscienza di classe, della lotta politica, del bilancio di vite individuali che si inquadrano in grandi vicende collettive. Sia che venga in gioco la memoria storica propriamente intesa, come nei testi scritti successivamente (scritture d’esperienza, confessioni, memoriali, autobiografie), sia che venga in gioco la memoria breve del presente appena vissuto e descritto in presa diretta (diari, epistolari, frammenti autografici), tende a porsi in primo piano il senso forte di un riconoscimento e di un’appartenenza a un determinato contesto storico e a una determinata classe sociale; ma anche il confronto con un personale senso di giustizia che si è formato nello specifico contesto sociale in cui si è vissuti e con il quale si deve fare i conti. Un dover scegliere “da che parte stare” che pone la persona di fronte a interrogativi corali e al bisogno di condividerli o di trasmetterli a chi verrà dopo: il racconto di vita è a volte strenua difesa dei personali valori di giustizia costruiti sul campo di un sapere appreso dall’esperienza, altre volte bilancio impietoso del loro fallimento o – peggio – dell’amara scoperta della loro erroneità. Ma sempre vi è il misurarsi, in modi diversi, con la realizzazione di quei valori e di un orizzonte di vita eticamente accettabile.

Vi sono scritti ben noti in cui la memoria individuale diventa con tutta evidenza veicolo di ricostruzione storica: i diari di Anna Frank e di Hetty Illesum, le lettere dal carcere di Antonio Gramsci, ecc. Ma sono assai più numerosi gli scritti meno noti in cui il racconto di vite sconosciute (talvolta anche di persone analfabete) riesce a tracciare grandi affreschi di contesti storici, sociali e politici.

I diari privati e gli epistolari dei tempi di guerra sono testimoni ancora oggi di interrogativi drammatici e persistenti sul senso del potere e della sopraffazione dell’essere umano. Poiché gli scritti coevi ai fatti narrati si affacciano «sugli interrogativi dell’immediato futuro», a differenza delle memorie che hanno una dimensione «più distesa e ricapitolatrice», essi colgono con particolare efficacia le impressioni anche estemporanee, le lagnanze e i contrasti che le esigenze di propaganda non facevano filtrare.

Nelle lettere dal fronte la possibilità di dire è soffocata dalla censura e offre spazio a un panorama straordinario di metafore. Nei biglietti trasmessi clandestinamente dai luoghi di prigionia prendono talvolta forma orizzonti valoriali figli di una teoria tanto inconsapevole quanto solida. Nei diari privati trova respiro un’esigenza di introspezione e descrizione della realtà materiale dell’esperienza in atto che porta a non occultare ma anzi a svelare e dissezionare le brutture e le ingiustizie dell’organizzazione militare, i dissapori fra esercito e milizia, le mediocrità morali degli ufficiali, l’utilizzo di mezzi (come i gas) su cui la letteratura ufficiale ha a lungo taciuto.

«Bombe a gas per distruggere il patrimonio geotecnico, bombe incendiarie per distruggere le abitazioni e le masserizie. Iprite poi sulle strade, presso le sorgenti d’acqua, ecc. (…) I commenti, dopo l’esposizione dei fatti, sono superflui. Generale e capo di S.M. sono degli ignoranti perfetti di cose militari. (…) Non vedono che la loro ambizione, costoro. Sono indegni della fiducia che il paese loro concede di condurre migliaia di uomini. Sbagliano, e sbagliano da principianti. Questi sono gli stati maggiori, avvezzi a restare col sedere sulle poltrone»67. (Testimonianza contenuta in C. Sirianni, VI Battaglione Libico, Roma, 2016)

Vi sono poi memorie che, sotto forma di «autobiografia riflessa», ambiscono a ricostruire trame familiari che si intrecciano con grandi capitoli della Storia, dando luogo a diari corali – compilati «per interposte (e assai numerose) persone» –, in cui la ricerca di emancipazione sociale dei singoli appare quanto mai innervata nelle peculiari vicende economiche e politiche della relativa comunità.

Nelle memorie dei partigiani che hanno preso parte alla Resistenza emerge un altro volto ancora dei valori di giustizia, libertà ed uguaglianza, legato al senso di una cultura e di una coscienza di classe data dai fatti e dalle condizioni del lavoro e di vita.

«L’ambiente di Abbadia era molto sensibile alla propaganda di sinistra, data la massiccia presenza operaia e le condizioni disumane di lavoro. Anche i sindacalisti fascisti erano molto più a “sinistra” dei colleghi di altre realtà (…) Il popolo di Abbadia, anche se non aveva una coscienza politica, aveva una coscienza di classe. Non so in Italia in quanti altri posti ci sia stata una coscienza di classe pari alla nostra». [Testimonianza contenuta in M. Capecchi, Autobiografia di un operaio comunista, Firenze, 1997].

Il rapporto conoscitivo e consapevole con il mondo reale viene scoperto come più attendibile e veritiero di certi surrogati offerti dalla fede politica: attraverso percorsi che ne fanno un intreccio del tutto peculiare di “teoria e pratica”, questi vissuti descrivono un disagio che non era esistenziale, umano e culturale, la “crisi di identità” da molti attraversata oggi», bensì materiale, perché prodotto dall’ingiustizia delle diseguaglianze nelle condizioni di vita.

I luoghi in cui questa consapevolezza assume le sue forme più compiute sono sovente quelli delle condizioni di lavoro più dure (come nel caso delle miniere); ma anche quelli del confino, in quel paradosso politico che da strumento di isolamento ne fece in realtà fucina preziosa di conoscenze, dialogo, idee. Ancora dall’autobiografia di Capecchi:

«Il dibattito politico permeava la vita del confino (…) Il confino era stato pensato per isolare gli antifascisti dal resto del popolo e per mostrare che andare contro il regime poteva essere pericoloso. Nella realtà il provvedimento si riversò contro il fascismo: i migliori quadri comunisti della resistenza si formarono infatti nelle località di confino. (…) Quei due anni di confino furono anni di studio intenso, imparai molto e riuscii a farmi una cultura generale alla meglio. Arrivai al confino che ero semianalfabeta, dopo due anni avevo fatto un miracolo, mi ero anche formato una solida base culturale a livello politico che mi avrebbe permesso in seguito di imparare tante cose anche da solo e di diventare un organizzatore clandestino. Il periodo che trascorsi a Ventotene fu, sotto certi punti di vista, il più bello della mia vita».

Questi saperi dell’effettività, in cui i valori della giustizia sociale e della dignità dell’esistenza sono appresi da una vita che si fa essa stessa esperienza formativa, consentono visioni lucidissime (e lungimiranti) su altri paradossi: le contraddizioni del “partito”, con i feticismi e il conseguente verticismo che negli anni del dopoguerra andrà prendendo sempre più piede nel PCI, fino a emarginare molti organizzatori della lotta antifascista e della lotta partigiana; l’inganno del “miracolo italiano”, che sotto la veste illusoria del boom economico preparava il tradimento più cocente di quei valori di democrazia sociale che la Resistenza aveva inteso consegnare alla nuova Costituzione. Luciano Bianciardi, ne La vita agra, ha scritto in questo senso una pagina molto intensa:

«Tutti questi sono i sintomi, visti in negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangi a gratis tutta insieme, e beve (…) I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano che non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria del giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, dalla mattina alla sera. Io mi oppongo».

L’amarezza del “dopo” emerge in modo crescente nelle memorie successive.

«In cinquant’anni i valori e gli ideali dell’antifascismo e della guerra di Liberazione, lo slancio e l’eroismo di chi seppe scegliere la lotta armata fianco a fianco dei lavoratori e dei giovani di tutto il modo, i sacrifici e le speranze di tutto un popolo sono stati via via sfumati, abbandonati e, più tardi, avviliti a oggetto di pura celebrazione rituale e retorica. Più recentemente il trasformismo – storico e politico – ormai sfrenato, senza più ritegno e memoria, sta operando concretamente per rovesciare quell’esperienza straordinaria che si concretizzò parzialmente nella Costituzione repubblicana. (…) La mala pianta del nazifascismo fu abbattuta una volta dalla lotta dei popoli, ma è la sua radice imperialista che occorrerà estirpare». [Gracco (Angiolo Gracchi), Brigata Sinigaglia, Giugliano, 2006].

Non possono non venire alla mente, a questo proposito, le parole amare di Calamandrei sul fatto che la Resistenza non si era affatto conclusa il 25 aprile 1945, ma al contrario in quella data aveva avuto inizio un’altra resistenza, quella del lungo lavoro di trasformazione civile, economico-sociale e politica del Paese che andava a sua volta difeso e reso capace di resistere nel tempo.

Né è difficile intravedere, nell’invettiva che Bianciardi lancia contro la nuova febbre dei consumi, l’anticipazione lungimirante di alcune delle attuali critiche al neoliberismo: in particolare quelle che – richiamandosi alla metafora di Benjamin del freno d’emergenza – sollecitano forme di sottrazione e disattivazione degli apparati di sfruttamento e di dominio che si celano dietro ai parametri di efficacia e di efficienza del sistema capitalista.

Le forme di spaesamento prodottesi in questa parte del Novecento, pur relative a fasi temporali assai diverse dal punto di vista dei contesti socio-economici e politici che si sono succeduti, hanno tutte a che fare con la ricerca di una giustizia sostanziale, pur nella molteplicità delle sue concezioni, nella contraddittorietà delle sue attuazioni, nella estremizzazione di talune scelte individuali: si pensi anche ai molti scritti sull’emigrazione, in cui la lotta per la conquista di alcuni diritti fondamentali (lavoro non sfruttato, istruzione, abitazione) è condotta dentro alle maglie di vissuti individuali e familiari78; o agli scritti sugli anni di piombo, in cui il tema della giustizia e del ruolo dello Stato diventa terreno di scontro politico e il vissuto individuale si fa tutt’uno con le ragioni di quello scontro.

In tutti i casi, soprattutto quelli in cui viene in gioco la memoria storica, la scrittura autobiografica è veicolo di interrogativi e di bilanci che si allungano sul presente, e di questioni esistenziali che diventano politiche perché toccano i punti nevralgici del governo delle vite. «Presentare il passato in un certo modo significa controllare il presente»; significa evitare che il silenzio sulle storie con la s minuscola condanni i loro protagonisti ad essere considerati «come numeri, come pedine, come individui anonimi destinati a subire la Storia, a farla per conto di altri, a non poterla raccontare o, tutt’al più, a farsela raccontare da altri», conclude Avanzati.

Il tema della “memoria presente”, fra crisi di identità e nuove fragilità

Nel secondo arco temporale che ho individuato, dagli anni ’80-’90 del secolo scorso ad oggi, il risvolto politico delle narrazioni biografiche e autobiografiche è più indiretto ma non meno presente, e forse ancora più marcato.

In questi scritti emergono temi legati alla crisi di identità di una società sempre più frammentata, alle nuove fragilità indotte da un tipo diverso di crisi economica, all’atomizzazione e straniamento dell’individuo prodotti dalla nuova fase del capitalismo finanziario e ultra-speculativo. I grandi scenari della coscienza di classe e della lotta politica in nome di grandi valori unificanti lasciano spazio a storie individuali che si misurano sovente in solitudine con la sostenibilità del vivere. Il disagio non è più solo quello materiale della durezza delle condizioni di lavoro e di vita ma è anche quello esistenziale e identitario legato alle nuove forme di spaesamento e di insicurezza generati

dalle politiche più spintamente neoliberiste, dalla retorica delle crisi, dalle nuove forme di assoggettamento dell’umano. La dimensione più marcatamente individuale del racconto è lo specchio dell’atomizzazione dell’individuo, sospeso tra nuove forme di paura e di incertezza, di sradicamento e di vulnerabilità esistenziale – da un lato –, e nuovi bisogni, desideri e credenze funzionali al modello concorrenziale capitalista, generose carte di diritti civili (svuotate tuttavia della essenziale impalcatura dei diritti sociali), illusorie promesse di autonomia (fondate sulla trappola dell’auto-incremento).

Pur tuttavia, anche in questa fase storica, molte delle forme di critica e di intervento sulla realtà si stanno riappropriando della narrazione. E il filo che lega i molti e pur diversi scritti appare ancora lo stesso: il perseguimento di valori di giustizia sostanziale rispetto alle condizioni del vivere e alla dignità dell’esistenza.

Se nel caso dei movimenti e delle forme di protesta che ho ricordato nel par. 3 l’appropriazione di quel valori è esplicita poiché vi è una parte di cittadinanza politicamente consapevole che apertamente li richiama per difenderli e assumerli come base di contestazione di un certo sistema di potere, e se ciò avviene anche in gran parte delle memorie della Resistenza e degli anni del dopoguerra, negli scritti più recenti quel richiamo tende ad emergere in modo più diffuso e indiretto.

Eppure si tratta di richiami che si impongono con forza allorché ci si predisponga a una lettura in controluce, talvolta ancor più efficaci perché scevri dai fraintendimenti e dalle ambivalenze del linguaggio politico. Emerge qui, ancor di più, il carattere autentico e veritiero del linguaggio dell’effettività: un linguaggio che non può bluffare perché lasciato interamente all’esperienza dei bisogni più autentici.

Non è un caso che si assista oggi ad un uso crescente del registro autobiografico e della “raccolta delle storie” nei contesti dove più apertamente si manifestano le vulnerabilità legate ai caratteri della società attuale (profughi e migranti, periferie urbane, esposizione alla malattia, disastri ambientali, ecc.). Vi è un nuovo bisogno di mettere in risonanza i vissuti per ricostruire le trame di identità individuali e collettive sfilacciate. I fenomeni di dissenso e di reazione alle crisi che oggi più apertamente richiamano paradigmi di tipo solidaristico e collaborativo tendono a rimettere in campo le relazioni e i vissuti, in contesti di presenza che – recuperando i saperi autobiografici dell’esperienza – possono tramutarsi in nuove forme di identità e di azione collettiva.

Vi sono moltissimi esempi di autobiografie e di raccolte di biografie che raccontano storie comuni, invisibili: storie anche molto diverse, che tuttavia riflettono visioni del mondo, interrogativi e talvolta risposte che hanno ugualmente a che fare con la dignità dell’esistenza, la sostenibilità delle condizioni in cui essa si svolge, la ragionevolezza delle politiche che la governano. Vi sono gli scritti di chi, affacciandosi su vissuti inaccettabili, intende fare del loro racconto strumento di critica e di denuncia; e quelli di chi sceglie di raccontarsi in prima persona, cercando testimoni e interlocutori di vulnerabilità che nella condivisione diventano strumento di bilancio, di resistenza, di protesta.

Nel primo senso, sono sempre più numerosi gli studiosi che avvertono il bisogno di affiancare il registro biografico a quello teorico-scientifico, quale strumento che consente di attraversare dal di dentro le vite e le loro storie, di raccontarle piuttosto che studiarle, attingendo ad altri linguaggi e ricercando un ascolto diverso; e restituire così, attraverso l’apporto del sapere dell’effettività, un senso più maturo e fecondo alle velleità prescrittive del sapere teorico.

Un grande capitolo è quello dei racconti legati ai luoghi e alle moltissime sfaccettature delle vicende dell’abitare: la progettazione degli spazi secondo criteri di compatibilità ambientale, la riqualificazione delle periferie e di luoghi marginalizzanti, la ricostruzione post-terremoto83, la ripresa in carico del destino dei beni comuni da parte delle comunità, ecc. In tutte le forme di azione che in vario modo si pongono questi obiettivi la memoria dei luoghi e l’esperienza sedimentata negli abitanti divengono tessuto connettivo e politicamente rilevante attraverso il racconto di storie diverse: frammentate e sparse, ma potenti perché viscerali e veritiere.

Enzo Scandurra, ad esempio, in uno scritto del 2012 dal titolo evocativo Vite periferiche, costringe l’urbanista ad affacciarsi sulle «storie minime di anime umane che percorrono in tanta solitudine le strade delle grandi città», vite invisibili, «abitanti indistinti e anonimi che pure rendono vive e anzi formano queste città»; e propone pagine di grande significato, anche per i chiarimenti espliciti (non privi di polemica contro l’autoreferenzialità del sapere ufficiale) circa l’assunzione del registro biografico quale vero e proprio metodo e le sue ricadute in termini di politiche di governo delle vite.

«Avrei, per descrivere tutto ciò, potuto usare il linguaggio della saggistica, dell’urbanistica (come per tanti anni ho fatto), o della sociologia dei numeri: quanti poveri, quanti ricchi, quante devastazioni di territori, quanti giovani abbandonati all’incertezza del futuro, quanta cementificazione di campagne, quante auto parcheggiate definitivamente ai bordi delle strade, a fronte della lista dei doni promessi e mai mantenuti dalla modernità. (…) Ho avvertito che il compito sarebbe stato quasi impossibile o, probabilmente, inutile. Cifre, numeri e descrizioni non rendono giustizia della intensità e complessità del dolore e della devastazione che ci portiamo dentro e che noi stessi allontaniamo dal nostro orizzonte quotidiano, forse per proteggerci, forse perché ci rendiamo conto della nostra impotenza, forse perché ormai rassegnati.

(…) Per descrivere quanto sta accadendo non potevo che osservare la vita quotidiana, il mondo degli affetti e delle cose care, dell’agonia dei luoghi, della città, attraversare i territori devastati dalla vittoria del pensiero neoliberista e provare a raccontare tutto questo; una storia drammatica affollata di morti e di mostri, che non è detto, in questo caso, che sia a lieto fine. Durante il viaggio mi ha sorpreso la tenacia delle forme di vita umana che resistono, che si organizzano e che non vogliono riproporre semplicemente un altro modello di sviluppo, anzi neppure lo pensano.

Ma chi può mai sottrarsi al sospetto di parlare in ultima istanza per fatto personale? E del resto forse il senso oggi della forma narrazione è proprio questo: smontare, scomporre, moltiplicare gli sguardi sul mondo, produrre l’esigenza di non rassegnazione, esercitare una funzione pedagogica. Dunque, a me pare che narrare non sia un cedimento al personale, all’intimo, al confessionale ma una rivalutazione dell’esperienza singolare della vita umana in cerca di senso, una testimonianza autentica di vita.

(…) Forse il cambiamento in atto che a tratti si intravede avverrà quando sarà condivisa una narrazione in grado di rappresentarlo. Nel frattempo possiamo solo tentare di costruirla, questa narrazione, mettendo insieme i “pezzi” che la comporranno. Per conto mio, non so se in veste di docente di una disciplina che si occupa delle città o se piuttosto in quella di semplice abitante, mi sono deciso a descrivere questo scenario urbano fatto di relazioni, affetti, pene, speranze, luoghi; e questa volta vorrei tanto che qualcuno, tra i lettori, me ne restituisse il senso e me ne spiegasse le ragioni».

Una scelta analoga è compiuta da Vicenzo Sorrentino con riferimento alla tragedia dei migranti, nel suo “Aiutarli a casa nostra. Per un’Europa della compassione”. Il registro biografico si mescola qui con quello autobiografico e quello epistolare, in una sorta di “lettera al lettore” dove il valore simbolico del dialogo è assunto con maggiore immediatezza attraverso la scelta di un interlocutore immaginario. L’intento è quello di comunicare il dolore anziché i dati, cercare condivisione emotiva anziché convincimento razionale. Egli si chiede in quali modi è possibile denunciare e provare a contrastare le tendenze alla chiusura xenofoba che così profondamente offendono la dignità umana e rinnegano «le responsabilità che spesso i paesi più ricchi e potenti hanno nell’insorgere delle situazioni di povertà e violenza da cui i migranti fuggono».

«In molti modi, naturalmente. Io ne ho scelto uno.

I bambini, le donne e gli uomini che arrivano sulle nostre coste. La loro sofferenza, la loro morte. È della nostra disposizione interiore nei confronti di queste persone che intendo parlare. Non delle misure economiche, sociali, politiche necessarie per far fronte alla tragedia a cui stiamo assistendo, ma di quello che sentiamo nelle pieghe più profonde di noi stessi. Questione superflua di fronte all’urgenza di fare qualcosa?

Forse no.

Intendo partire dal singolo, per questo ti scrivo.

(…) Naturalmente non sono tanto ingenuo da pensare che l’enorme tragedia che abbiamo davanti a noi possa essere superata semplicemente assumendo quella che, dal mio punto di vista, è una giusta disposizione interiore. Tuttavia credo che quest’ultima sia il punto di partenza per ogni ricerca di soluzioni che abbia a cuore il destino delle persone che arrivano da noi.

(…) Riemerge la centralità dell’interiorità quale spazio in cui affondano le proprie radici le motivazioni profonde, spesso irriflesse, da cui scaturiscono i nostri atteggiamenti politici (o impolitici).

(…) Mi tornano alla memoria alcune immagini, di me bambino, che insieme ai miei compagni mi divertivo a catturare le lucertole per inchiodarle agli alberi sotto casa nostra».

L’ibridazione del discorso politico con la componente emotiva del registro biografico ed epistolare consente di parlare di confini e di barriere, di identità e di dignità dell’esistenza al di là delle categorie astratte cui il linguaggio scientifico-razionale è costretto ad attingere: consente di trattare «da ‘fuori’ di un ‘di dentro’»; consente di scoprire, di obbligarsi a scoprire, «che anche l’altro, il diverso, il nemico, può shaespirianamente sanguinare come noi». Ma consente anche di sfidare temi e prospettive particolarmente scomodi, dove le facili accuse di buonismo e paternalismo rischiano di mascherare tutta l’insufficienza di un approccio razionale che, pur fondamentale per affrontare nel lungo periodo le questioni economico-politiche a monte e causa del fenomeno, tuttavia non riescono a far fronte – nell’immediato – alle tragedie individuali di chi giace in fondo ai mari.

Ancora, Paolo Cendon (I diritti dei più fragili. Storie per curare e riparare i danni esistenziali, Milano, 2018) utilizza il registro biografico per affrontare il tema della fragilità esistenziale, con riferimento non soltanto alla malattia psichiatrica bensì alle molte sfaccettature del disagio fino alle debolezze più comuni. E ad essere messe a nudo, anche in questo caso, non sono tanto le vulnerabilità individuali – che si fanno piuttosto mezzo per dire – quanto le miopie e incongruenze di risposte politiche e giuridiche inadeguate o sorde. Attraverso le storie raccontate Cendon mette alla prova in particolare il sistema civilistico, chiedendosi se i modelli classici della debolezza e della devianza riescano ad essere «attenti alla quotidianità delle persone, alle loro relazioni con il prossimo», alla molteplicità delle categorie di svantaggiati:

«detenuti, fuoriusciti del terzo mondo, senzatetto, adolescenti sfortunati, morenti, portatori di dipendenze, disabili fisici o sensoriali, anziani della quinta età, analfabeti cronici. Magari agli stessi cittadini forti, colti nei momenti di pausa. (…) A quali lemmi del codice, dopo il o al manicomio, ricondurre le figure svantaggiate? I riferimenti alla “malattia di mente”, alla “incapacità di intendere e di volere”, erano adeguati? C’era sintonia fra istanze della debolezza, sul piano antropologico, e tutele d’ordine privatistico? Era in grado un individuo “a rischio”, al di fuori dalle mura ospedaliere di riprendere il gusto (e il timone) della sua esistenza? (…) Sicuro trattarsi di “devianti” secondo i classici modelli? Quali supporti, legali e comunicativi, occorrevano qui giorno per giorno? Era in grado l’ordinamento italiano, nella sua veste più canonica, di accorgersi di loro?».

I vissuti raccontati rispondono di no, opponendo alla rigidità delle cifre e delle diagnosi ufficiali la necessità di un ordinamento ispirato a solidarietà effettiva, di «risposte scevre da risvolti “stigmatizzati”», di soluzioni tagliate «secondo le caratteristiche, anagrafiche e spirituali, di quella certa persona»: qualche «sospensione di sovranità», se necessario e per il tempo strettamente indispensabile, ma «soltanto“quelle” limitazioni di diritti e libertà, nessun’altra, vestiti fatti su misura». Insomma, «una cittadinanza non tarpata, mai a una sola dimensione».

Nel secondo senso, quello relativo a chi sceglie di raccontarsi in prima persona, assumono interesse quegli scritti autobiografici che alla dimensione intimistica affiancano riflessioni fortemente contestualizzate (spazialmente e storicamente), che pongono temi corali, che più o meno esplicitamente interrogano il “sistema” per mettere in discussione l’adeguatezza e ragionevolezza delle sue regole.

Un grande capitolo è di certo quello della malattia, quale vicenda che, tradizionalmente relegata nella dimensione privata dell’individuo, si pone oggi sempre più spesso come questione anche politica; e ciò su un duplice piano, quello delle cause e quello del suo “governo”. Barcellona, ne L’anima smarrita, scrive che

«La dimensione propriamente umana della malattia e della sofferenza non ha niente a che vedere con la sua spiegazione scientifica… Se l’individuo contemporaneo è più esposto alla paura di non sapersi dare una ragione per vivere, e spesso a causa di questa esperienza di sofferenza è colpito da malattie che riguardano anche il suo funzionamento fisiologico, è un problema che ha a che vedere anche con il modo di essere della nostra società».

Molte malattie appaiono oggi legate ai contesti di vita e alle politiche di governo dei territori: al concetto di malato si affianca quello di esposto, cioè di persona esposta a condizioni ambientali che possono – se protratte nel tempo generare malattie (si pensi alla valle di Taranto).Anche qui si incontrano scritti di studiosi che hanno trovato nel racconto autobiografico una prospettiva diversa e complementare, un sapere esperienziale che consente di umanizzare e integrare l’approccio inevitabilmente parziale del sapere teorico: si pensi agli scritti di Lina Bigliazzi Geri e di Enzo Scandurra sull’esperienza del cancro; a quello di Michela Marzano sull’esperienza dell’anoressia. Ma vi sono anche scritti “comuni” in cui l’impatto politico degli interrogativi posti è forse ancor più esplicito ed efficace.

Lo scritto autobiografico a quattro mani di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, La cura, prende di petto il tema ambiguo della dimensione “pubblica” e istituzionale della malattia: i due autori raccontano l’irruzione del cancro nella vita individuale e di coppia non tanto o non solo come forma di lotta ai molti tabù che ancora circondano questa malattia quanto, e soprattutto, con l’intenzione di mettere in discussione gli assetti consolidati e più criticabili delle procedure mediche, dell’accessibilità e del regime dei dati sanitari, dei protocolli di individuazione dei tipi di intervento e di cura.

Dopo le difficoltà affrontate per ottenere la cartella clinica e immagini leggibili, in evidente contrasto con la grande enfasi posta oggi sui temi della trasparenza, dell’accessibilità e degli open data, i due autori hanno diffuso i dati in rete per costruire una «cura open source»; e la risposta venuta dal web è stata strabiliante, oltre che utile, a detta degli stessi.

«Erano due cd con il logo dell’ospedale. Mentre li inserivo nel lettore del mio computer mi contenevo a stento: avrei finalmente stampato l’immagine del mio cancro. (…) Volevo scavare più a fondo nella riappropriazione del mio cancro, instaurare una relazione intima e aperta, organizzare i dati in modo che avessero senso per me, in modo da poterli rappresentare e visualizzare, far entrare i dati clinici nella mia vita, nella mia arte, nella mia professione, nel modo in cui creo relazioni con chi mi sta intorno. (…) Quello che ho trovato è stato un insieme di file in formato “dicom” (digital imaging and communications in medicine), il quale è, tecnicamente e formalmente, un formato aperto. Ciò non vuol dire che sia un formato inteso per essere comprensibile e usabile dalla gente comune. (…) è un formato per professionisti, per specialisti, per esperti tecnici. Per aprirlo servono software specifici e spesso l’installazione di componenti aggiuntive sul proprio sistema operativo, oltre alla necessità di eseguire configurazioni. Tutto questo solo per aprirlo. (…) Ero arrabbiato. Anche qui, nell’intimità della mia casa, il paziente xyz aveva trovato il modo di frustrarmi, di far valere la sua supremazia sull’essere umano Salvatore Iaconesi. Era riuscito a negarmi la possibilità di appropriarmi delle mie immagini, delle mie informazioni, dei miei dati e di farci quello che volevo, portandoli fuori dall’esperienza amministrativa e burocratica della medicina per inserirli in un contesto più vasto, nella vita complessa degli esseri umani».

Ciò che qui interessa non è ovviamente il merito della scelta su come affrontare la malattia, quanto piuttosto il modo in cui viene utilizzato il registro autobiografico. Accanto al bisogno, che taluni espressamente riconoscono, di «ripartire l’angoscia fra tanti per confermare la propria appartenenza al genere umano» descritto da Scandurra, vi è anche una vera e propria forma di resistenza e di militanza, cioè una forma di azione che rivendica uno spazio di autonomia per mettere in campo le proprie competenze, capacità ed esperienze rispetto al governo di uno snodo cruciale della propria esistenza. L’intelligenza emotiva ha qui la meglio sulla standardizzazione dei protocolli, sostenendo quel disassoggettamento alla verità scientifica di cui parla Foucault; e la condivisione della narrazione della propria vicenda consente di costruire un’altra storia, diversa da quella che i saperi medici codificati avrebbero imposto.

Altri esempi potrebbero farsi. Ad esempio i racconti dei vissuti di migranti: sebbene essi siano più spesso oggetto di raccolte biografiche realizzate da altri, non mancano casi significativi di scritti autobiografici.