Rigenerazione Urbana

(a cura di Luca Caianiello)

Con questa espressione – contrariamente a quanto sostenuto da una parte di dottrina, che vi ha rinvenuto una mera sintesi verbale, riconducibile ad una pluralità di programmi e progetti incidenti sul tessuto urbano e caratterizzati da finalità eterogenee – è possibile identificare un processo di natura pubblicistica (o, meglio, preordinato al soddisfacimento di interessi generali), aperto alla partecipazione e alla collaborazione attiva della cittadinanza, volto a curare e gestire spazi urbani e beni, che hanno perso la loro funzione originaria ovvero degradati o, ancora, caduti in parziale o totale disuso, e, dunque, in ultimo, a generare utilità e benessere sociale. 

Nel corso degli ultimi tempi le esperienze di c.d. “rigenerazione urbana” hanno trovato rapida diffusione nell’ordinamento interno (e non solo), sulla scia di alcune importanti iniziative promosse a livello sovranazionale, tese a favorire un radicale ripensamento delle politiche urbane, improntato sulla sostenibilità, nelle sue diverse declinazioni.

Simili esperienze, sebbene risultino variamente riconducibili ad una pluralità di fonti legislative e regolamentari di rango statale, regionale e locale, sembrano trovare una più compiuta disciplina nell’art. 16, l. 17 febbraio 1992, n. 179, che tratteggia la figura del “programma integrato di intervento”, oggi ascrivibile alla figura del “programma complesso” e, soprattutto, nel regolamento sull’amministrazione condivisa dei beni comuni, che ha avuto il particolare pregio di intercettare un’idea di rinnovamento sociale, spesso promossa spontaneamente dalla società civile e maturata al di fuori di un quadro di legalità formale. In effetti, ambedue i riferimenti giuridici – peraltro e auspicabilmente integrabili – presentano delle analogie significative: implicano la stipula di un accordo e la condivisione di risorse tra soggetti pubblici e privati; tratteggiano interventi di natura eterogenea e immediatamente applicabili; incidono su porzioni territoriali circoscritte. In questo senso, tali programmi e regolamenti e, più precisamente, gli accordi pubblico-privati ivi contemplati, risultano idonei a sopperire alle deficienze e rigidità ascrivibili alla pianificazione urbanistica, contribuendo ad una più effettiva e partecipata gestione del territorio. Tra i due strumenti, tuttavia, sussiste una fondamentale differenza. 

Al riguardo, occorre, infatti, rammentare che il patto di collaborazione delineato nel regolamento sull’amministrazione condivisa è sostanzialmente finalizzato alla valorizzazione delle istanze sociali di rigenerazione urbana; mentre la “convenzione urbanistica”, sottesa al programma complesso, ammette – in modo, peraltro, del tutto legittimo – il soddisfacimento di interessi privati, mediante il riconoscimento di “diritti edificatori” su spazi non ancora urbanizzati.

Approfindimenti:
F. Di Lascio e F. Giglioni (a cura di), La rigenerazione di beni e spazi urbani, Bologna, il Mulino, 2017;

P. Urbani, La rigenerazione urbana: la posizione del giurista in Astrid, 10, 2017;

P. Urbani e S. Civitarese Matteucci, Diritto urbanistico, Sesta edizione, Torino, Giappichelli, 2017;

F. Giglioni, Beni comuni e autonomie nella prospettiva europea: città e cittadinanze in M. Bombardelli (a cura di), Prendersi cura dei beni comuni per uscire dalla crisi, Quaderni della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Trento, 23, 2016; R. Dipace, La rigenerazione urbana tra programmazione e pianificazione in Rivista giuridica dell’edilizia, 5, 2014;

S. Amorosino, Il finanziamento e le dotazioni urbanizzative nei programmi di rinnovamento urbano in Rivista giuridica dell’edilizia, 6, 2013.

Riferimenti normativi:
Regolamenti sull’amministrazione condivisa dei beni comuni;

Art. 11, l. 7 agosto 1990, n. 241;

Art. 16, l. 17 febbraio 1992, n. 179.

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